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Canonizzazione dei Romanov

 

Lo zar Nicola II, sua moglie Alessandra e i loro cinque figli Olga, Tatiana, Maria, Anastasia e Alexei Romanov sono santi della Chiesa ortodossa russa fuori dalla Russia e “portatori di passione” della Chiesa ortodossa russa. La famiglia fu assassinata il 17 luglio 1918 a Ekaterinburg dai bolscevichi.

La famiglia fu canonizzata nel 1981 come nuovo martire dalla Chiesa ortodossa russa fuori dalla Russia. Furono canonizzati insieme alla servitù che fu uccisa insieme a loro: il medico di corte Yevgeny Botkin, il garzone Alexei Trupp, il cuoco Ivan Kharitonov, la domestica della zarina Anna Demidova, due servi uccisi nel settembre 1918, la dama di compagnia Anastasia Hendrikova e l’insegnante privata Catherine Adolphovna Schneider. Tutti furono canonizzati come vittime dell’oppressione  Sovietica.

Anche la sorella di Alessandra, la granduchessa Elizaveta Fëdorovna, assassinata dai bolscevichi il 18 luglio 1918, fu canonizzata come martire dalla Chiesa ortodossa russa fuori dalla Russia, con i suoi compagni di martirio il principe Ivan Konstantinovič, il principe Igor Konstantinovič, il principe Konstantin Konstantinovič, il granduca Sergej Michajlovič e il principe Vladimir Pavlovič Paley, Fyodor Remez, segretario personale del granduca Sergio e suor Varvara Jakovleva. Furono anch’essi dichiarati martiri dell’oppressione dell’Unione Sovietica.

Nel 1992 la granduchessa Elizaveta Fëdorovna e Varvara Yakovleva furono canonizzate come martiri dalla Chiesa ortodossa russa.

Nel 2000, dopo molti dibattiti, la famiglia dell’ultimo zar fu canonizzata come “portatori di passione” dalla Chiesa ortodossa russa, che però non comprese la servitù, due membri della quale non erano ortodossi (Alexei Trupp era cattolico e Catherine Adolphovna Schneider luterana)

Zar Nicola II di Russia, la moglie Zarina Alessandra, la figlia Gran Duchessa Olga, la figlia Gran Duchessa Tatiana, la figlia Gran Duchessa Maria, la figlia Gran Duchessa Anastasia il figlio, ultimo genito Zarevic Alessio, sono considerati Martiri imperiali per la Chiesa ortodossa russa, fuori dalla Russia. (ROCOR). Portatori di passione per la Chiesa ortodossa russa. (ROC)

Le canonizzazioni furono fonte di discussione per ambedue le chiese: nel 1981 gli oppositori dissero che la nota debolezza dello zar e una certa sua dose di incompetenza portarono alla rivoluzione, alla sofferenza del suo popolo e lo avevano reso almeno parzialmente responsabile del proprio omicidio e degli omicidi di sua moglie e dei suoi bambini. Il fatto che lo zar fosse, nella vita privata, un uomo gentile e anche un buon marito e un buon padre non compensò il suo cattivo governo. Un sacerdote della Chiesa ortodossa russa all’estero osservò che il martirio nella Chiesa ortodossa russa non ha nulla a che fare con le azioni personali del martire, ma di solito è legato al motivo per cui è stato ucciso. Altri critici notarono che la Chiesa ortodossa russa fuori della Russia sembrava incolpare i rivoluzionari ebrei per le morti e pareva teso a identificare l’assassinio politico come un omicidio rituale.

Qual è, a parte la morte cruenta (che pure costituisce di per sé una motivazione non secondaria), la ragione per la quale la Chiesa ortodossa russa ha canonizzato, nel 2000, lo zar Nicola II (nella foto, in un’icona contemporanea), ucciso dai bolscevichi insieme alla famiglia reale dopo la Rivoluzione d’Ottobre, e i suoi congiunti assassinati a Ekaterinburg? Quali sono stati i motivi per i quali all’ultimo monarca della Russia sono stati riservati gli onori degli altari?

Da allora, e dopo la caduta del regime sovietico, anche nella Chiesa ortodossa russa si è posto in maniera crescente il problema della canonizzazione della famiglia dell’ultimo zar. Il dibattito è durato circa otto anni e non ha mancato di avere i suoi riflessi sui rapporti interni alla gerarchia della Chiesa ortodossa russa.

Nel 1993, a settantacinque anni dalla tragedia di Ekaterinburg, il Sinodo della Chiesa ortodossa russa aveva invitato l’intera comunità dei fedeli a chiedere perdono a Dio «per il peccato di regicidio commesso», precisando che si trattava di un dovere da parte di tutti i cittadini russi «indipendentemente dalle loro opinioni politiche, dal loro giudizio storico, dalla loro appartenenza etnica o religiosa, dalla loro posizione nei confronti della monarchia e della personalità dell’ultimo imperatore della Russia».

Nel 1997, il Sinodo aveva direttamente affrontato il problema della canonizzazione dello zar e della sua famiglia, ma la maggioranza dei membri si era pronunciata a sfavore, mentre tra i fedeli si moltiplicavano le icone dello zar Nicola II, si avevano forme di devozione verso di lui e i suoi familiari e non mancavano neppure voci su grazie e prodigi attribuiti alla loro intercessione.

Nel giugno 1998, in vista dell’ottantesimo anniversario dell’assassinio dell’imperatore Nicola II e della sua famiglia, una solenne dichiarazione sottoscritta dal patriarca Alessio II, da 6 metropoliti, da 2 arcivescovi e 4 vescovi, rinnovava l’invito al pentimento formulato cinque anni prima.

Il 18 luglio 1998 – ottantesimo anniversario dello sterminio della famiglia reale –, per volontà del presidente della Russia Boris Eltsin, i resti mortali dello zar Nicola II e dei suoi familiari erano stati portati da Ekaterinburg nella cripta imperiale di San Pietroburgo con l’intento espressamente dichiarato di «espiare la colpa dell’uccisione di quegli innocenti». In quella circostanza, tuttavia, la Chiesa ortodossa russa tenne, per così dire, le distanze, sia non pronunciandosi sull’autenticità delle spoglie mortali dei reali (autenticità scientificamente dimostrata) sia per evitare di venire politicamente strumentalizzata. L’iniziativa del presidente della Russia, tuttavia, ebbe un largo seguito tra i fedeli ortodossi. Si giunse, così, alla decisione del 14 agosto 2000.

Il 14 agosto 2000, il Sinodo dei 146 vescovi della Chiesa ortodossa russa, presieduto da Alessio II, patriarca di Mosca e di tutta la Russia, ha preso all’unanimità e a porte chiuse la decisione di canonizzare l’imperatore Nicola II (1868-1918) e i membri della sua famiglia: l’imperatrice Alessandra, 46 anni, l’erede al trono Alessio, 14 anni, le principesse Olga, 23 anni, Tatjiana, 21 anni, Maria, 19 anni e Anastasia, 17 anni.
La motivazione addotta dal decreto del Sinodo della Chiesa ortodossa russa a favore della canonizzazione recita: «Nell’ultimo monarca ortodosso russo e nei membri della sua famiglia noi vediamo delle persone che hanno cercato sinceramente di incarnare nella propria vita i comandamenti del Vangelo. Nelle sofferenze sopportate dalla famiglia reale con spirito di mansuetudine, pazienza e umiltà fino alla morte per martirio a Ekaterinburg… risplendette la luce della fede vittoriosa nel Cristo». Per evitare ogni connotazione politica, il Sinodo o Consiglio dei vescovi decideva di canonizzare la famiglia imperiale nella categoria di «coloro che soffrono la passione» (strastoterperzy). Si tratta, in realtà, di una categoria inferiore a quella dei veri e propri “martiri per la fede” (muceniki).

Si può anche ricordare una certa esitazione manifestata fino all’ultimo dal patriarca Alessio II sull’opportunità o meno di procedere a questa canonizzazione, anche se è incontestabile che essa si richiama esclusivamente al comportamento tenuto dall’imperatore Nicola II e dai membri della sua famiglia nei lunghi mesi di prigionia e nella morte. Si temeva, soprattutto, che la canonizzazione potesse divenire motivo di divisione all’interno delle Chiese ortodosse.

Non è neppure mancato, tuttavia, chi ha osservato che, al momento della morte, Nicola II non era più lo zar. Com’è noto, infatti, nel marzo 1917, lo zar Nicola II aveva rinunciato al trono «per sé e per suo figlio» passando l’autorità al governo provvisorio formato per iniziativa della Duma o Parlamento. Lasciata Mosca, la famiglia imperiale si era ritirata a Tobolsk, ospite nel palazzo del governatore della città. Il 22 aprile 1918, per volere dei bolscevichi, lo zar Nicola II e l’imperatrice furono trasferiti a Ekaterinburg e rinchiusi nella casa di un commerciante del luogo. Il 23 maggio i reali furono raggiunti dal resto della famiglia. Trascorsero mesi durissimi e umilianti fino alla notte tra il 16 e il 17 luglio 1918 quando, fatti scendere nello scantinato della casa con il pretesto di ripararli dai combattimenti che infuriavano nella città, i reali e tre servi del loro seguito furono crivellati a colpi di pistola.

La canonizzazione operata dalla Chiesa ortodossa russa fa riferimento esclusivo ai mesi di prigionia ed alla morte non del solo ultimo zar, ma dell’intera sua famiglia; prescinde espressamente da qualsivoglia richiamo e tanto meno da qualsivoglia chiamata in causa della sua azione politica.
Il dovere di contestualizzare gli eventi non comporta la loro riduzione al nostro tempo, bensì la loro collocazione nel contesto al quale si riferiscono.

L’iniziativa della Chiesa ortodossa russa è di natura esclusivamente religiosa e come tale deve essere considerata.

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