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Appunti di un’amante dell’arte delle Antiche Icone Russe

 

 

“Mi trovavo a S. Pietroburgo nel luglio scorso. Vi ero già stata di recente, ma, dopo tanti anni trascorsi in quel Paese, dopo tante esperienze vissute insieme ai miei amici russi, mi è difficile resistere lontana dalla…città della mia anima.

….Cosa significa per un russo un’icona? È un attimo di tregua alla sua sofferenza, è una preghiera, una supplica, il tentativo di accostarsi a quell’invisibile in cui, finalmente, trovare un po’ di quiete e di conforto. È un ancoraggio per la sua anima, è una finestra sull’eternita’. L’icona, non dimentichiamolo, era, un tempo, il personaggio principale di una famiglia russa e accompagnava per mano ogni creatura dalla nascita alla morte.

….In ogni casa esisteva un angolo dove erano appese le icone con un lume acceso davanti ed il primo gesto di chiunque entrasse era quello di accostarsi a quell’angolo e di rivolgere un saluto ed una preghiera a quelle immagini. I russi amavano molto il colore rosso e credevano che fosse di buon augurio, ragione per cui la parola rosso divenne, anticamente, sinonimo di bello. Da qui nacquero tante confusioni per cui si arrivò addirittura ad attribuire al colore politico il motivo, ad esempio, della denominazione della Piazza Rossa a Mosca, che non è altro che piazza bella, così come l’angolo delle icone era l’angolo bello.

l’icona non è un quadro, è un oggetto sacro, un oggetto miracoloso. Le figure descritte non devono dilettare l’occhio, l’aspetto non dovrà mai essere bello nel senso comune del termine, dovrà allontanarsi dall’aspetto umano. Le membra di allungano, si spiritualizzano, l’incarnato diventa bruno, deve assomigliare il meno possibile all’incarnato umano, è un po’ come se a queste figure, quasi sospese nell’etere, fosse stata estratta la linfa vitale; le labbra sono sottili, esangui, mai sensuali, le proporzioni falsate. Non esiste prospettiva, o meglio una prospettiva come da noi è abitualmente intesa. Del resto nella dimensione dell’invisibile non esistono né spazio, né tempo, né, tantomeno, prospettiva. L’immagine con cui avere un dialogo deve esserti vicina, sul tuo stesso piano, per poter entrare, sgusciare dentro di te.

…Ho tappezzato le pareti della mia stanza di icone, è diventata una specie di guscio protettivo, un bozzolo dorato, uno scrigno segreto che mi avvolge.

…Mi alzo, è inutile che mi sforzi di dormire, mi accosto alle varie immagini, ne accarezzo le superfici, indugio col dito sul kocveg (incavo che si trova sulla superficie delle icone) e, all’improvviso, mi sento magicamente introdotta in una dimensione diversa…Sarà, usando una parola di moda, la sindrome dell’icona?…Ad un tratto la finestra sull’eternità si socchiude, si affacciano tanti visi amati, un po’ nebulosi, un po’ sovrapposti e accavallati, sembra quasi che si spingano l’un l’altro per aprirsi una breccia.”

< da: l’icona e l’anima russa – Duska Avrese >

(continua – 1)


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