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L’arte dell’icona

“A partire dal secolo XIII, Giotto, Duccio, Cimabue introducono la fattualita’ ottica, la prospettiva, la profondità, il gioco del chiaroscuro, l’apparenza ingannatrice. Se l’arte diviene più raffinata, più riflessa nel suo elemento immanente, è meno portata alla percezione diretta del trascendente.

…Rompendo con i canoni della tradizione, l’arte non è più integrata nel mistero liturgico. Sempre più autonoma e soggettiva, lascia la sua biosfera celeste. Le vesti dei santi non fanno più sentire sotto le loro pieghe i corpi spirituali  e anche gli angeli appaiono come esseri fatti di carne e sangue…Quando l’arte dimentica la lingua dei simboli e delle presenze e tratta plasticamente i soggetti religiosi, il soffio del trascendente non l’attraversa piu’.

Dopo la metà del XVI secolo, i grandi stilisti come Bernini, Le Brun, Mignard, Tiepolo si esercitano su temi cristiani con un’assenza totale del senso religioso. Oggi l’arte cosiddetta sacra che si trova nelle chiese è la più povera della dimensione del sacro...Più esattamente, ciò che essa mostra è che l’arte religiosa d’Occidente, quale che sia la concezione che se ne abbia, non ha assolutamente niente di sacro, nel senso in cui le icone sono sacre. È un’arte sostanzialmente soggettiva che vuole esprimere il sentimento religioso.

Con la fine del XVIII secolo, l’arte perde visibilmente il legame organico tra il contenuto e la forma e affonda nella notte delle rotture. Certamente l’arte resta complessa, per fortuna, conserva tutte le tendenze, ma il predominio di alcune modifica il suo volto. Noi seguiremo unicamente l’evoluzione di quella che culmina nel’astrazione pura.

L’arte subisce l’influsso del mondo e della sua saggezza. L’artista, votato più che mai alla solitudine, cerca una specie di super-oggetto, di sur-realtà, perché per lui la realtà pura e semplice non è più direttamente esprimibile. Eroicamente, ma disperatamente, egli si sforza di ritrovare quell’aspetto segreto che è stato espulso dalle cose di questo mondo. Volendo conoscere l’oggetto secolarizzato, si perde il suo mistero; per contro, la ricerca per reazione, per disperazione, soltanto di questo mistero, fa perdere la cosa e conduce all’astrazione docetica (la dottrina di quanti, soprattutto nei primi secoli del cristianesimo, negavano la natura corporea e umana del Cristo, per escludere, con la sua concezione e nascita umana, la realtà piena della sua passione e della morte) al gioco fantasmagorico delle ombre senza corpo.

Da: “TEOLOGIA DELLA BELLEZZA – L’arte dell’icona” – Pavel Evdokimov

(continua)

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