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Una Bellezza che rende visibile l’Invisibile

 

 

Secondo il racconto storico-leggendario per la scelta della fede, Vladimir, principe di Kiev, per scegliere la migliore religione avrebbe inviato degli emissari, presso i Musulmani, gli Ebrei, i Latini ed i Greci.

Il principe russo, per riunire tutte le tribù slave sotto il suo dominio, pensò che una religione avrebbe facilitato tale unione.
Al loro ritorno, gli ambasciatori fecero un rapporto, su ciò che avevano visto e vissuto a Costantinopoli; la loro scelta fu quella più estasiante; essi decisero, senza alcuna esitazione, di scegliere quella in favore del cristianesimo nella forma bizantina.
Essi dissero al principe Vladimir: “Noi non sapevamo se eravamo in cielo o sulla terra, perché sulla terra non si trova simile bellezza”.
 Non si trattò della sola impressione estetica, poiché il racconto la supera in modo deciso a favore delle immagini bizantine. “Perciò non sappiamo che cosa dire, ma una cosa sola sappiamo: là, Dio dimora con gli uomini. Ciò che è bello è la presenza di Dio tra gli uomini; essa rapisce gli animi e li trasporta.”

L’icona viene realizzata da maestri iconografi che usano materiali semplici, poveri, (il substrato è costituito dal legno, poi vi è la tela, il collante, i pigmenti, le vernici protettive), ma che sono in grado di veicolare significati molto complessi, diventando un insieme di simboli e una guida per chi la contempla. È bella. La sua bellezza è lo spazio in cui si rende visibile l’Invisibile, cioè del vero Bello. È anche privilegiato il veicolo della fusione etica, estetica e della contemplazione. Essa viene realizzata nel laboratorio dell’iconografo e tale laboratorio trova la sua ideale collocazione nel monastero (in termini storici), dove il laboratorio stesso si spoglia dei propri connotati puramente tecnici e di bottega per diventare il luogo in cui l’artista smette di essere tale (egli è solo un tramite, poiché viene considerato la mano di Dio perché l’artista è Dio stesso). Nella tradizione ortodossa slava viene definito “Angolo della Bellezza” l’angolo che nelle case ospita le icone.

Successivamente l’adozione della prospettiva e la resa del chiaroscuro, da Giotto in poi, indirizzano l’artista di rappresentazioni religiose lungo una strada che è quella dell’illusoria corporeità che nulla ha da spartire con l’inconsistenza e la leggerezza del Trascendente (la finezza che l’iconografo d’Oriente rende mantenendosi entro i canoni della forma bidimensionale della prospettiva rovesciata). Emblematico è il caso della rappresentazione del Cristo crocifisso: un ortodosso in Lui vede il Re, il trionfatore, il vincitore della morte attraverso la morte. Un occidentale ravvisa solo l’uomo dei dolori, sconfitto, abbandonato dal proprio Padre. In altri termini l’ortodosso partecipa al trionfo insito nella crocifissione, l’occidentale si angoscia e si sente in colpa.

Gradualmente l’arte occidentale si spoglia di ogni implicazione liturgica. Umanizza e rende corporee le creature celesti accogliendo la terza dimensione: sotto i loro abiti gli angeli e i santi hanno carne e sangue. “Quando un crocifisso, in forza del suo realismo voluto, colpisce il sistema nervoso, il mistero indicibile della Croce perde la sua potenza segreta, scompare. Quando l’arte dimentica la forza sacra dei simboli e delle presenze e tratta plasticamente i “soggetti religiosi”, il soffio del trascendente non l’attraversa più”. Così scriveva Pavel Evdokimov.

L’arte occidentale è ben dipinta, è buona arte, bella sotto un profilo estetico, ma non ha alcunché di sacro e i suoi luoghi di culto esprimono soltanto il sentimento religioso di chi li realizza e di chi li frequenta, ma non esprimono la divinità, la bellezza intesa come Bellezza del Divino.

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